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"Aumento dei limiti orari? Prima impariamo a
guidare..."
di Alberto Vergine
Una delle contraddizioni della nostra epoca è
che abbiamo fatto di tutto per velocizzare l'informazione e il
trasferimento dei dati e delle notizie, mentre, particolarmente nel
nostro paese, la velocità del trasferimento delle cose e delle
persone è ancora in larga misura affidata alle
"gomme",
che sono il mezzo di trasporto meno veloce a disposizione.
Le auto di Formula 1 girano solo intorno ai box e l'unica cosa che
trasferiscono velocemente, da un luogo all'altro, è la ricchezza,
che passa dagli spettatori ai padroni del circo. Per noi, invece,
l'inseguimento della personale
pole position nel gran premio
casa-lavoro e viceversa, troppo spesso si trasforma nella
"posizione del platano"
(che non ha niente a che fare purtroppo con le posizioni del
Kamasutra...).
Uno stupido
tabù. E pensare che ero in vantaggio di
quasi due minuti sul tempo di ieri! La velocità ci impedisce di
fermarci a riflettere, in un pit-stop che può salvarci la vita: 5
secondi e 6 decimi sono quelli che servono a indossare le cinture e
a cambiare team, da quello "Speedy"
dell'85 per cento di autisti che non le usano, a quello vincente del
15 per cento che arrivano in fondo e prendono i punti. La velocità è
un tabù che ci impedisce di essere lucidi quando, di fronte alla
proposta "Lunardi 160 all'ora",
molti dimenticano che c'era già stata una "proposta
140" dell'altro schieramento che non
aveva scandalizzato quasi nessuno. Possibile che 20 chilometri orari
facciano la differenza? In cosa sbaglia il ministro?
Sicuramente nei tempi. Sapendo che si stavano
preparando i grandi esodi da 6070 morti a weekend, un'uscita del
genere, di certo non concordata con la Polstrada, ha generato come
minimo un alibi per quella purtroppo numerosa categoria che la
medicina e la sociologia hanno già cominciato a definire con il
termine scientifico di "speed
alcoholist": e non sono quelli che
bevono troppo e poi guidano, bensì coloro che, anche astemi,
soffrono (ma in realtà fanno soffrire gli altri) di quel male per
cui anche per andare a pescare bisogna rischiare la vita in un
sorpasso.
La patente a
punti. Al superamento dei 130 orari si
potrà e forse sì dovrà arrivare, a condizione che vengano poste in
essere misure tali da rendere certo, come negli altri paesi, il
perseguimento a termini di legge degli inadempienti, ma soprattutto
non prima che la patente a punti abbia cominciato a dare i suoi
frutti e a seminare le sue conseguenze
"maoiste" (colpiscine uno per educarne
cento), quali l'obbligatorietà dei corsi di guida sicura con costi,
ovviamente, a carico del contravvenuto. E non prima che il nuovo
esame di guida sia entrato in vigore, con le sue belle prove sul
bagnato, di notte e in autostrada e - ma questo non è ancora
previsto - per i neopatentati un richiamo annuale di verifica a
costo sociale, fino al compimento dei 50 mila km o del terzo
anniversario d'esame.
Senza arrivare a scomodare
concetti che esulano (forse) dall'ambito di questa rubrica quali i
valori del rispetto e della solidarietà -limitiamoci a constatare
che non sappiamo più guidare.
Che l'elettronica in auto salva la vita a chi ha buon senso, ma
rende criminale chi considera la macchina un elettrodomestico ed è
convinto che la trazione posteriore sia un difetto genetico
condannato dalla Chiesa cattolica...
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